Crisi, Euro ed Europa: le relazioni pericolose

Forum Economia AldoUltimamente sembra essersi riacutizzato il dibattito attorno alla moneta unica, messa in stato di accusa, recentemente, anche da premi nobel come Joseph Stiglitz. Abbiamo chiesto ad Aldo Scorrano*, presidente del Centro Studi Economici per il Pieno Impiego (CSEPI), alcune riflessioni in merito.

 

Domanda 1) Buonasera Aldo, iniziamo subito con una domanda che molti si fanno e alla quale, troppo spesso, si danno varie risposte che, purtroppo, generano più confusione che chiarezza. Partiamo dall’Euro e dalla crisi scoppiata una decina di anni fa: qual è la sua origine e perché ha contaminato anche i paesi dell’Eurozona?

Risposta 1) Intanto vi ringrazio per l’opportunità che mi date nel poter affrontare temi di così rilevante portata. Troppo spesso ci si dimentica che la crisi in atto (perché ancora lo è, a differenza di quanto ha affermato Mario Draghi in questi giorni) coinvolge milioni di persone in tutta Europa e conoscerne le origini, le cause, gli effetti e le probabili cure, è assolutamente di vitale importanza. Tenterò, per quanto mi è possibile, considerando la complessità degli argomenti, di dare risposte semplici e chiare in modo da poter far arrivare ai lettori una corretta informazione che possa, spero, fornire “una lente” per leggere correttamente e comprendere quanto sta accadendo.

Dalla genesi della crisi economica molti anni sono trascorsi, incidendo profondamente la nostra società ed il nostro modo di vivere.
Negli Stati Uniti, nel 2007, scoppia una crisi finanziaria che segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione economica (le insolvenze dei mutui bancari statunitensi ad alto rischio, subprime, produssero effetti che si riverberarono sui mercati finanziari internazionali, con il traumatico caso del fallimento, nel 2008, della Lehman Brothers ). La crisi investì tutto l’occidente e buona parte del globo, connotandosi, de facto, come una nuova crisi del capitalismo.

Ciò che è assolutamente necessario specificare è che si trattò in primis di una crisi finanziaria e bancaria trasformatasi successivamente in crisi che colpì anche la c.d. economia reale.

In tutta questa vicenda un ruolo davvero cruciale lo ha avuto il neoliberismo che, attenzione, non è caratterizzato dal ritiro dello Stato dall’economia, vi è, invece, un “tipo” di intervento pubblico che non favorisce le classi lavoratrici. Su questo ci torneremo quando affronteremo la questione relativa all’Euro.

Come accennavo la crisi investì l’occidente ed ebbe un violento impatto anche in Europa, i cui effetti furono particolarmente sentiti nei paesi aderenti alla zona euro. Nonostante i media non persero tempo nel trovare il “grande colpevole” è bene chiarire sin da subito che in realtà, contrariamente a quanto affermato dall’informazione mainstream, la crisi Europea non fu (e non è!) crisi del ‘debito pubblico’ (rammento, a mero titolo di esempio, come all’inizio della crisi vi erano paesi tipo la Spagna, l’Irlanda ed anche l’Italia che presentavano o un debito pubblico o un rapporto deficit/PIL basso).

I fatti, però, sono differenti. In maniera sintetica, ad andare in crisi fu, invece, il debito privato (come peraltro ammesso anche dalla stessa Commissione Europea a suo tempo in un report “Quarterly report on the euro area, Vol. 12, March 2013”) ed il continuo aumento del debito pubblico, semmai, rappresentò, specularmente, l’altra faccia della crisi dello stesso debito privato “sia per trasferimento diretto del debito dal privato al pubblico, sia come conseguenza della caduta del Prodotto interno lordo collegata alle politiche di contrazione della domanda” (Bellofiore, 2014).

In buona sostanza la crisi si generò per insolvenza del debito del settore privato e al fine di risolverla si dovette ricorrere ad interventi pubblici che aumentarono il debito (pubblico) degli Stati.

L’impatto maggiore della crisi, in Europa, lo ebbero subito i paesi aderenti alla cosiddetta “Eurozona” rivelatisi impotenti nel cercare sia di gestirla sia di superala, proponendo “ricette” che addirittura aggravarono la situazione, mediante l’attuazione di politiche di austerity, caratterizzate da forti tagli alla spesa pubblica – provocando anche un abbattimento del tasso di crescita del reddito nazionale – e le famigerate riforme strutturali: riforme del mercato del lavoro in senso sfavorevole, potremmo dire riforme ‘contro’ il lavoro, che hanno cancellato decenni di lotte per la conquista di diritti e di benessere a favore delle classi operaie.

Ciò che stiamo inesorabilmente assistendo con questa crisi è un’oggettiva perdita di valore della forza-lavoro, una centralizzazione dei capitali, un drastico smantellamento del settore pubblico anche a seguito delle numerose privatizzazioni selvagge effettuate a partire dagli anni novanta. Si sta riscrivendo la storia in senso peggiorativo.

Domanda 2) La narrazione dominante riguardo la crisi e la disfunzionalità insita nell’architettura dell’Euro, pone l’accento sugli squilibri commerciali. La rinuncia alla propria valuta avrebbe comportato l’impossibilità dell’aggiustamento dei prezzi esterni via tasso di cambio. Cosa c’è di sbagliato in questa ricostruzione?

Risposta 2) Così come la crisi in Europa non è dovuta alla finanza pubblica, non è dovuta neanche agli squilibri interni della bilancia commerciale: considerando l’Eurozona come una grande regione gli squilibri non solo sono inevitabili ma non rappresentano alcun rischio (nell’UME), in ragione del fatto che non vi sono limiti alle passività che una Banca Centrale Nazionale (BCN) può registrare nei conti della Banca Centrale Europea (BCE). Come lo stesso Marcello De Cecco affermò, in un’area monetaria unica, gli squilibri sono la norma. “In un’area monetaria unica, dove c’è un sistema unico dei pagamenti, esiste un meccanismo automatico di riaggiustamento dei disavanzi di partite correnti dal punto di vista dei rapporti debito-credito. Si chiama Target 2.”(Bellofiore, 2014)

Quando il sistema Target 2 (T2) funziona (e lo fa!) i disavanzi delle partite correnti non creano di per sé alcun problema: i flussi si bilanciano! (Lavoie, Wray). Semmai, ciò di cui dovremmo preoccuparci sono le contraddizioni sottostanti a questa unione monetaria e, in generale, a questa crisi che, sotto il suo velo, nasconde dei processi di mutamento di carattere economico, politico e sociale. Questi squilibri finanziari costituiscono un problema nella misura in cui rappresentano dei “rapporti di forza asimmetrici” e nel caso dell’eurozona questi rapporti si inquadrano in una dimensione di classe.

Domanda 3) Secondo te l’Euro economicamente potrebbe funzionare e se si cosa ne impedisce il funzionamento?

Risposta 3) Nel rispondere a questa domanda sarò drastico. Se dovessi soffermarmi solo sull’aspetto economico direi che l’Euro, economicamente, potrebbe anche funzionare: si crea una confederazione di Stati che adottano una valuta comune, si crea un bilancio “federale” unico a sostegno, una Banca Centrale che effettua trasferimenti finanziari agli Stati, si armonizzano i salari (magari si costituisce anche un grande sindacato su scala europea) ed il gioco è fatto o quasi. Tutto molto semplice. Perché, allora, non si è realizzato tutto questo?
Le risposte sono molte ma la chiave di lettura è sempre quella politica.

Solo dal punto di vista logico, il fatto di concepire una moneta unica per paesi così differenti tra loro, tanto per economie quanto per culture millenarie, è stata una mera forzatura. Evidentemente, però, tale progetto sottendeva altri scopi. Ignorare questo significa disconoscere la vera natura della moneta unica e, più in generale, anche della stessa Unione Europea. Ciò che va compreso, a questo punto, non è tanto il mancato funzionamento dell’Euro, quanto il fatto di dover spostare l’attenzione sulla volontà di farlo funzionare in un certo modo. E’ del tutto evidente che se economicamente era possibile, politicamente invece non si è voluto che tale progetto funzionasse. Non riesco davvero a capire come si possa negare che dietro il progetto Euro, in sostanza, vi fosse un chiaro disegno politico di natura classista, perfettamente coerente con la logista capitalistica ad esclusivo appannaggio di alcune élite di potere, soprattutto franco-tedesche. Il progetto dell’Unione Monetaria Europea, pertanto, lo si può connotare come “un tentativo di riorganizzare su scala gerarchica i diversi capitalismi.” (Vertova)

Domanda 4) Viene da chiedersi, alla luce di questo ragionamento Aldo, cosa sia allora l’Euro, è solo una moneta o nasconde altro? Aggiungo, è da considerarsi come il vero problema da risolvere oppure è la parte finale (per ora) di un processo storico che avanza da decenni?

Risposta 4) Karl Marx sapeva perfettamente che la moneta è espressione di rapporti sociali prima ancora che economici. L’Euro, a mio avviso, è più di tutte le altre moderne valute quella che maggiormente incarna tale aspetto poiché rappresentazione concreta di determinate relazioni (rapporti) sociali.
Molti sostengono che eliminando l’Euro, quindi, si eliminerebbero o riequilibrerebbero di conseguenza anche tali rapporti (di forza). Sono convinto del contrario. Non nego i disastri dell’Euro ma bisogna ammettere che i problemi nascono prima della moneta unica, semmai quest’ultima li amplifica. Se guardiamo all’Italia e all’austerità, ad esempio, quest’ultima, storicamente e con altre forme, risale agli anni settanta. Quindi alla domanda se l’Euro è da considerarsi come il ‘vero’ problema rispondo di no ma è, comunque, ‘un’ problema cha va risolto tenendo ferme le considerazioni precedenti.

Se spostiamo la nostra analisi sul neoliberismo, inteso come ritorno al potere della classe dominante, tutto torna. L’edificazione dell’unione monetaria è una costruzione di classe il cui scopo è proprio quello di riportare in auge quella classe dominante.

Andiamo al cuore della questione: l’adozione di determinate scelte di politica economica, così come tutto l’impianto giuridico-economico dell’UME, se osservato con la lente analitica giusta svela la sua natura: “rigerarchizzare i capitalismi europei sulla base dei rapporti di potere” (Vertova). Di colpo, sembra essere ritornati in una nuova forma di feudalesimo ma in chiave moderna.

Sono dell’idea, pertanto, che se prima non si risolvono questi nodi legati ai rapporti sociali di forza (spesso veri e propri conflitti), intervenire ‘solo’ sulla moneta ha poco senso. L’Euro certamente non funziona ma non è la causa è semmai la conseguenza di quei rapporti.

Anche sotto l’aspetto prettamente economico, parlare di un recupero della sovranità monetaria senza discutere o considerare tali rapporti è del tutto inutile. Stesso discorso vale per il concetto di sovranità politica: ha davvero senso parlarne senza prendere in esame il forte legame che ci tiene uniti ad una potenza egemone come gli Stati Uniti, senza neanche mettere in dubbio l’enorme sfera d’influenza che questo super paese esercita su di noi, praticamente, dal dopo guerra ad oggi?

Domanda 5) Molti insistono sul fatto che bisognerebbe uscire dell’euro per svalutare o, come dicono gli esperti, per riallineare i nostri prezzi rispetto alla competitività perduta. Due obiezioni a questa proposta. La svalutazione è efficace? Le oscillazioni dei prezzi (in questo caso il prezzo della nuova valuta) sono in grado di portare in equilibrio un determinato mercato?

Risposta 5) L’Italia ha vissuto per anni – e probabilmente lo vive tutt’oggi – il mito delle svalutazioni al fine di essere competitivi nelle esportazioni, una via che gli stessi sostenitori del no-Euro propongono per rilanciare l’economia nazionale. L’aumento di scorte monetarie (M\P) porterebbe ad una diminuzione dell’offerta di titoli quindi ad una circolazione maggiore di liquidità tale da abbassare i tassi d’interesse sui prestiti. Tutto questo dovrebbe consentire alle imprese di investire e rimettere in moto il circuito occupazionale ritornando ad assumere. Inoltre, anche tra alcuni economisti ‘contro’ la moneta unica si sostiene che si potrebbe realizzare un recupero di competitività sui prezzi mediante la svalutazione del cambio. Tra costoro spesso si sente anche dire:“non potendo svalutare la moneta si svalutano i salari”. La concezione muove i presupposti dal fatto che una ipotetica uscita dall’Euro porterebbe una svalutazione della nuova valuta tale da assicurare una diminuzione dei prezzi di pari valore.

Dal mio punto di vista ci sono diverse obiezioni in proposito.

Come giustamente ha osservato Emiliano Brancaccio “se continuiamo ad assumere che le imprese non approfittino della debolezza dei lavoratori per accrescere il margine di profitto, allora µ (markup, nda) resta invariato e la riduzione dei salari monetari comporterà una riduzione dei prezzi. Di conseguenza diminuiranno anche i prezzi attesi, e con essi di nuovo i salari, i prezzi, e così via. (…) La deflazione dei salari e dei prezzi comporterà il consueto incremento del valore reale delle scorte monetarie M\P e quindi un aumento della domanda, della produzione e dell’occupazione, con conseguente calo della disoccupazione”.

Poi, l’approccio utilizzato da questi economisti è quasi meccanicistico ed è proprio la storia italiana che dimostra qualcosa di differente. Ciò di cui non si tiene conto è che se i lavoratori rinunciano ai propri diritti e alla difesa sindacale “perché mai le imprese non dovrebbero sfruttare una simile occasione?” (Brancaccio).
Al contrario, la maggior parte dei casi dimostra come, ad una diminuzione dei costi di produzione (es: causa anche un’eventuale svalutazione monetaria), il comportamento delle imprese sarà quello di lasciare i prezzi invariati, riuscendo così ad aumentare il loro mark-up (profitto).

Ritornando alla storia, andiamo al 1992 in particolare all’uscita dell’Italia dal cambio fisso del cosiddetto SME credibile, un’operazione che permise alle nostre industrie una rapida svalutazione dei prezzi. In effetti, come documentano i dati di allora, di seguito allo sgancio dal marco la Lira poté svalutarsi e il volume delle esportazioni italiane prese a crescere nuovamente. Questo evento viene preso come esempio di efficacia da alcuni economisti no-Euro ma gli stessi, tuttavia, dimenticano poi di menzionare che la plus-valenza commerciale non riuscì a creare quell’occupazione di massa che oggi vorrebbero raggiungere per mezzo di una strategia simile, attraverso stavolta l’uscita dall’Euro. Dopo la rottura con lo SME, anzi, i salari italiani ristagnarono e la disoccupazione si mantenne costante a prescindere dal miglioramento delle partite correnti.

Anche il grande economista Augusto Graziani si è più volte espresso sull’argomento, sottolinenando gli effetti che la svalutazione della Lira produsse in un contesto italiano ove esistevano, ed esistono ancora, divergenze significative tra le regioni. Egli, pur riconoscendo nella svalutazione una qualche forma di vantaggio per il sistema produttivo, non poté non constatare che questa (la svalutazione) avrebbe favorito però alcune regioni a danno di altre aumentando, di conseguenza, il divario tra esse.

Sia chiaro che, in linea teorica, sono favorevole all’uscita dell’Italia dalla moneta unica ma non per perseguire politiche economiche votate all’export, utilizzando il tasso di cambio per svalutare. Come giustamente osservano gli economisti della Teoria della Moneta Moderna (MMT), il ritorno alla gestione di una propria valuta deve essere inquadrato in un’ottica differente: sono le politiche fiscali, soprattutto quelle legate agli investimenti pubblici (tramite le spese in disavanzo), che devono essere perseguite, in cui lo Stato diviene attore principale e in cui si cerca di ridurre la dipendenza dall’estero, senza mai abbandonare la dimensione conflittuale:  in questo senso mi viene in mente ancora Graziani il quale era ben conscio della natura di classe delle decisioni politiche; o  Kalecki secondo cui il riferimento alle lotte non era tanto sul salario, quanto volto alle lotte nella produzione capaci di imporre i contenuti stessa della spesa pubblica; o Minsky e la socializzazzione degli investimenti e lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza; o Parguez con il suo concetto di “deficit buoni” voluti ex ante, pianificati, che si collocano in una politica di lungo termine, che sfociano nella produzione di uno stock di risorse tangibili e intangibili, non solo in infrastrutture concrete, ma anche in investimenti nella ricerca, nell’istruzione, nella salute ecc. Insomma, è a questi modelli che ci si deve ispirare, se si deve affrontare un discorso legato ad una possibile uscita dall’Euro e alla fase successiva di gestione. (Bellofiore, Pennacchi)

Domanda 6) L’Euro, l’Europa e una visione politica d’insieme. In conclusione, credi sia corretto focalizzare l’analisi sugli aspetti economici dell’assetto europeo o abbiamo bisogno di allargare la nostra critica? Cos’è che realmente domina l’Europa, la politica o l’economia?

Risposta 6) In parte ho già dato una risposta a questa domanda, affrontando il tema dell’Euro. E’ evidente che se si vuole davvero analizzare la crisi in atto, soprattutto nel contesto europeo non si può prescindere da una analisi politica della situazione.

La stessa BCE negli ultimi anni, a mio avviso, ha fatto politica più che politica monetaria, o meglio, si è servita di quest’ultima per imporre un determinato corso agli eventi. Grecia docet in tal senso, ma non solo. L’Italia stessa è stata “vittima” della politica (neoliberista) della Banca Centrale Europea, si ricordino a tal proposito le lettere inviate a Roma, con precise prescrizioni soprattutto in materia di lavoro. La stessa Commissione Europea esercita “pressioni” agli Stati nazionali, imponendo di fatto l’agenda politica ai governi.
Ovunque la si guardi questa Unione Europea, con le sue istituzioni, non è affatto neutra nel senso politico. Ogni aspetto ad essa legato va analizzato e criticato tenendo a mente che lo si deve fare in primis in chiave politica, poi economica ma come, appunto, conseguenza.


(*) Aldo Scorrano, laurea in Economia e Commercio all’Università di Bologna, da anni si occupa di macroeconomia con la sua associazione “Centro Studi Economici per il Pieno Impiego” (CSEPI). Cura, con altri collaboratori, il sito della medesima associazione, www.csepi.it,  sul quale scrive articoli in materia economica. Ha partecipato al summit sulla Modern Money Theory tenutosi a Rimini, nel febbraio del 2012. Nel maggio dello stesso anno ha partecipato al seminario “Circuitismo e MMT”, tenutosi a Milano con i professori R. Bellofiore e il prof. A. Parguez. E’ stato relatore presso il primo “Forum dell’Economia” nel novembre 2013 a Roma. Ha tenuto conferenze sulla Modern Money Theory. Unitamente al suo gruppo di studio economico, collabora regolarmente con diversi accademici ed economisti di fama internazionale.

Fonte: https://scenarieconomici.it/crisi-euro-ed-europa-le-relazioni-pericolose/