La piena occupazione, il valore della moneta e il finanziamento in disavanzo

La fondazione teorica in uno schema circuitista dell’approccio di occupazione di ultima istanza

di A. Parguez

Traduzione a cura di Jacopo Foggi

Fonte originale: www.neties.com/elr.doc

1. Introduzione. Il problema Keynesiano

ParguezNel prossimo secolo, la saggezza comune potrebbe continuare ad essere che il valore della moneta viene determinato dai mercati finanziari e che per ottenere il sacro stato di inflazione zero, sia necessario un qualche livello elevato di disoccupazione al fine di impedire in via permanente l’inflazione salariale attesa. Secondo questo ennesimo avatar dell’economia neoclassica, le imprese private devono orientarsi al più basso livello di occupazione che la competitività richiede, e lo stato non deve mai mirare alla piena occupazione ma deve avere come obiettivo un qualche tipo di Tasso di disoccupazione che non genera aspettative di inflazione (Non Expected Inflation Rate of Unemployment – NEIRU), che naturalmente è alquanto più elevato del Tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione (NAIRU).

Il primo ad avere sfidato esplicitamente questa teoria del valore della moneta è stato Keynes nel Trattato, sebbene il reale significato delle sue equazioni fondamentali sia stato spesso frainteso. Nel suo modello a due-settori, Keynes sottolineava il fatto che la più pericolosa causa di inflazione era l’inflazione da profitti[1] provocata in principio dai mercati finanziari attraverso l’aumento del valore di mercato degli asset reali. Per un dato livello dei costi per i redditi, esso era determinato da una caduta esogena del tasso di interesse. Data la pro­pensione delle imprese ad accrescere la produzione e la lunghezza del periodo di produzione, l’infla­zione da profitti implicava una caduta nel saggio del salario reale che potrebbe innescare un aumento dei costi per i redditi, e in tal modo un processo inflattivo cumulativo.

Keynes, pertanto, sperava di dimostrare per prima cosa che la teoria quantitativa della moneta era errata e, secondo, che il valore percepito della moneta era il prodotto dei mercati finanziari. La conclusione logica era che una caduta dei costi per i redditi indotta da un aumento della disoccupazione non avrebbe fatto niente per stabilizzare la moneta nazionale. Essa avrebbe soltanto consentito artificialmente ai possessori di ricchezza di fuggire alle perdite reali indotte inizialmente dai loro capricciosi spiriti animali. La caduta dei redditi avrebbe causato un processo cumulativo di deflazione. Il collasso della domanda di beni di consumo avrebbe presto o tardi innescato una deflazione dei profitti, inducendo una caduta del livello dei prezzi e un aumento del valore percepito della moneta.

Sebbene nella Teoria generale Keynes non avesse esplicitamente affermato questa teoria macroeco­nomica del valore della moneta nazionale[2], egli si era sforzato di trovare un’àncora per la stabilità del sistema definendo il valore della moneta in termini di salario. Il valore reale della moneta non avrebbe dovuto dipendere dai capricci dei mercati finanziari. Questo valore reale della moneta doveva essere determinato solamente nella sfera della produzione, l’ex circolazione industriale. In quello che doveva essere il terzo passo della fuga di Keynes dall’analisi classica (si veda Rochon 1999)[3], egli avrebbe definito questo valore reale della moneta come il valore (o il potere di acquistare lavoro e quindi merci) che viene conferito alla moneta dal fatto che la spesa di moneta crea ricchezza reale, e in particolare la ricchezza più fondamentale, l’occupazione.

Il nucleo della Teoria generale e degli articoli di Keynes successivi al 1936 è quindi costituito dal seguente set di proposizioni:

  • Il tasso salariale (o saggio del salario) deve essere un tasso salariale di piena occupazione. Deve essere protetto dalle fluttuazioni dell’esercito industriale di riserva[4].

  • La piena occupazione non deve portare ad una insostenibile inflazione dei redditi.

  • In un’economia capitalista, le imprese determinano generalmente il livello di occupazione al di sotto della piena occupazione, il ché è uno spreco di ricchezza reale e abbassa il valore della moneta[5]. Essendo la disoccupazione definita come quella situazione in cui non tutti coloro che cercano un posto di lavoro al salario corrente riescono a trovarlo, la disoccupazione è sempre involontaria e non ha niente a che vedere con una mancanza di informazione che potrebbe essere ridotta da una qualche attività di ricerca.

    In linea con le conclusioni ultime di Keynes, arriviamo alle seguenti proposizioni essenziali che costituiscono l’agenda esplicita della Teoria del circuito monetario. Primo, il tasso salariale o il tasso di variazione del tasso salariale deve essere fissato esogenamente dallo stato. Secondo, la piena occupazione deve essere in ogni momento la priorità assoluta del governo. Attraverso la sua politica macroeconomica lo stato può aumentare la domanda aggregata di lavoro da parte delle imprese ma non può imporre ad esse di realizzare il pieno impiego. E non dovrebbe neanche stare a rattoppare il cosiddetto mercato del lavoro per esempio sussidiando la creazione di posti di lavoro. Per usare un concetto coniato da Palley (1998), la soluzione è un «Keynesismo strutturale». Oggi, il programma più avanzato in linea con il Keynesismo strutturale è il programma denominato de «Lo stato come datore di lavoro di ultima istanza» (Mosler 1997-98; Wray 1997). Chiunque non riesca a trovare un lavoro nel settore privato al tasso salariale imposto dall’esercito industriale di riserva verrà assunto immediatamente dallo stato ad un tasso salariale predefinito. Per la maggior parte delle persone realmente disoccupate[6], i posti di lavoro e un salario decente andrebbero a sostituire gli assegni di povertà. Un salario decente (living wage) è quel saggio del salario che consente alle persone che lavorano di finanziare i propri piani di consumo normali o medi. Un programma politico così audace richiederebbe quindi ad un tempo sia un ampio incremento netto del cosiddetto disavanzo che, nel lungo periodo, di gettare a mare qualunque piano di pareggio di bilancio (Balanced Budget Plans – BBP). Si tratterebbe di una buona economia, laddove il BBP ottenuto attraverso il ridimensionamento dello stato è in contrasto col tessuto stesso del capitalismo anche nel contesto della cosiddetta economia globale. La Teoria del circuito monetario rende appieno il senso delle principali proposizioni dell’ELR, per le seguenti ragioni.

  • Dal momento che lo stato è l’autorità ultima che determina sia l’esistenza che il valore della moneta, esso deve impegnarsi a raggiungere la piena occupazione permanente senza ostacolare la flessibilità dell’economia.

  • Non hanno alcuna rilevanza né il finanziamento del disavanzo né il suo ammontare.

  • Attraverso l’aumento del deficit, lo stato può controllare a sua discrezione i tassi di interesse. Verranno pertanto stabilizzati sia il tasso salariale che il tasso di interesse.

Una tale agenda richiederebbe senza dubbio di rigettare l’intero paradigma secondo cui un piccolo stato si sforza di adeguarsi alla visione di ciechi mercati finanziari. Questa prospettiva ignora le leggi del capitalismo; essa viene imposta da tecnocrati che continuano a vivere nel mondo precapitalista degli stati agrari (Wittfogel 1959). È quindi evidente che l’intento di questo scritto è cercare di dimostrare che l’ELR si radica in una teoria generale della moneta che costituisce l’aspetto più avanzato del programma di ricerca Post-Keynesiano.

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[1] Essendo i profitti uguali agli investimenti, il valore di mercato dei nuovi beni strumentali meno i risparmi dei salariati.

[2] Egli si rifà alla teoria microeconomica Marshalliana dei prezzi delle merci.

[3] Rifiutando così buona parte della Teoria Generale, in cui si ignora la nozione reale di circuito monetario mentre le equazioni fondamentali costituiscono una macroteoria che rifiuta il nucleo dell’economia Marshalliana.

[4] Il termine è stato coniato giustamente da Eisner (1994) per qualificare il NAIRU, ma è possibile estenderlo al NEIRU.

[5] Questo è il motivo per cui Keynes era così ossessionato dalla destabilizzazione del saggio del salario. Egli non assumeva mai un salario fisso. Il salario doveva essere stabilizzato lungo il ciclo attraverso un opportuno quadro istituzionale. Questa è la prova del fatto che la teoria del circuito monetario deve affrontare una teoria endogena delle istituzioni (Parguez 1984, 1998). Il problema è che le istituzioni endogene coerenti con la stabilizzazione della piena occupazione devono essere […].

[6] L’eccezione è infatti, ovviamente, per coloro che realmente non possono lavorare